Erika Puddu in FEDRA

La nostra attrice Erika Puddu in FEDRA dal 19 al 29 ottobre al Teatro Sala Uno a Roma

Produzione

GTS e Fondazione Teatro della Toscana

In collaborazione con il Festival di Calcata

 

Autore                      Lucio Anneo Seneca

Traduzione               Alfonso Traina

Regia                         Mariano Anagni

Scene                        Maria Spataro

Costumi                    Maria Spataro

 

Fedra                        Marina Biondi

Teseo                        Patrizio Cigliano

Nutrice                     Marina Zanchi

Ippolito                    Gabriele Anagni

Messaggero              Lavinia Cipriani

Corifee                      Erika Puddu – Cristina Pelliccia

 

Note di regia

Un luogo abbandonato con qualche oggetto logoro e corroso dal tempo, un incessante suono di risacca, antico e presente, corpi alla deriva, naufraghi di passioni mai domate, di rapporti familiari gravidi di conflitti mai risolti.

I protagonisti di questo capolavoro di Seneca sono dentro di noi da sempre, lacerati, graffiati ma vitali e necessari.

Siamo strumenti nelle mani di un qualche Dio?

Siamo gli attori di un dramma scritto da un Entità suprema?

Fedra è una donna innamorata! Fedra è innamorata di un amore impossibile, incestuoso ma VERO! Fedra non è vittima di alcun destino, è consapevole, ha deciso e vuole coscientemente arrivare fino in fondo.

La morte è concepita da Fedra come l’unica via di fuga dal misfatto, l’unico mezzo a sua disposizione per mantenere intatto il pudore.

Si configura fin dall’inizio come un essere che non ha alcuna possibilità di tornare a percorrere la strada della ragionevolezza, ma che può vivere unicamente nella passione o nella morte: l’amore da lei provato, infatti, non può essere governato, soltanto vinto per mezzo di un atto estremo.

Fedra, con ancora nella mano la spada dell’amato Ippolito, morto a causa della maledizione di Teseo suo marito, dà inizio all’ultimo straziante atto della sua vita prendendo su di sé l’intera responsabilità degli avvenimenti, senza cercare scuse né attenuanti di sorta.

All’assunzione della responsabilità personale di quanto avvenuto segue però immediata, durissima, l’accusa contro Teseo, il padre inflessibile, il cui ritorno ha causato ora la morte di Ippolito e due, sono nelle parole di Fedra, le colpe imputate a Teseo, l’amore o l’odio nei confronti delle spose.

Ed è con questi sentimenti estremi che Teseo manderà in rovina, sovvertendone l’ordine, la propria casa.

Alla fine di questa catena di atroci perversioni familiari, malignità e furori, la donna si rivolge a Ippolito, come se potesse vedere il volto del giovane sulla scena e guardare nei suoi occhi martoriati.

Nelle parole che ne seguiranno è contenuta tutta la desolazione di chi è costretto ad assistere passivamente ad uno spettacolo orrendo, con la consapevolezza però di averlo indirettamente provocato con il proprio comportamento; l’assunzione di responsabilità da parte di Fedra è completa, ma dalle accuse rivolte a Teseo capiamo che la colpa è in qualche modo condivisa e che non ricade unicamente sulla donna adultera e incestuosa.

Fedra non riesce a capacitarsi dello strazio compiuto sul bel giovane e si chiede smarrita quale mostro può mai aver compiuto tale scempio, attonita e sconvolta rivolge quindi una serie di domande all’uomo amato, come per convincersi della sua morte, e qui il dolore sembra assumere le forme di un delirio folle: Fedra, infatti, invita Ippolito a rimanere ancora per un po’ ad ascoltare le sue parole, ora si che può udirle, ora si perché questa volta, non sono indecenti.

La donna, infatti, ha intenzione di conficcarsi la spada nel petto, liberando così se stessa, contemporaneamente, dalla vita e dalla colpa ma prima del suicidio, impellente è la necessità di stabilire attraverso le parole un ultimo contatto con quell’uomo così ardentemente desiderato, l’amore per il quale alla fine ha rovinato entrambi.

Devastante, invincibile è la passione di questa donna così tragicamente moderna e come in vita si era dichiarata disposta a seguire Ippolito attraverso i luoghi impervi della caccia, afferma ora la volontà di continuare a seguirlo, anche nella morte, lungo le paludi e fiumi infuocati.

I personaggi di questa storia familiare li vedremo nascere e muoversi in mezzo alle macerie, arrivate come un onda dal profondo delle nostre anime, ma le loro parole ci attraverseranno il cuore.

Mariano Anagni

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